In Europa la professione infermieristica viene riconosciuta anche sul piano economico. In Italia, invece, gli infermieri continuano a lavorare sotto pressione, con stipendi troppo bassi, carichi sempre più pesanti e prospettive sempre più incerte. Il divario con gli altri Paesi è evidente: oltre 7.000 euro in meno rispetto alla media OCSE.
I numeri parlano chiaro.
Secondo i dati ufficiali, lo stipendio medio di un infermiere in Italia si ferma a circa 32.400 euro lordi annui, ben al di sotto della media europea, che supera i 39.800 euro. E per molti professionisti la realtà è ancora più dura: c’è chi non arriva nemmeno a 27.000 euro lordi l’anno, mentre nelle medie statistiche finiscono spesso anche figure dirigenziali con retribuzioni ben più alte rispetto a chi ogni giorno manda avanti reparti, servizi e strutture sanitarie.
Anche i dati OCSE confermano il ritardo italiano: un infermiere nel nostro Paese percepisce mediamente 30.631 euro lordi annui. Meglio di noi fanno la Francia con 34.204 euro, la Spagna con 35.489 euro e soprattutto la Germania, dove si superano i 41.000 euro annui. Ancora più marcato il divario con l’Irlanda, dove si va oltre i 50.000 euro, con i Paesi Bassi a 53.297 euro e con il Lussemburgo, che raggiunge addirittura 83.274 euro lordi annui.
Il confronto con i medici rende ancora più evidente la disparità complessiva del sistema. In Italia un medico percepisce mediamente 71.715 euro lordi annui; in Francia circa 80.000 euro, in Germania 133.000 euro, in Irlanda 160.000 euro, in Lussemburgo 259.000 euro, mentre in Spagna si attesta intorno ai 64.890 euro. Numeri che mostrano come in Italia il problema non sia solo il confronto internazionale, ma anche il mancato riconoscimento del valore reale del lavoro infermieristico.
Questa situazione colloca il nostro Paese tra quelli che pagano meno gli infermieri, nonostante il carico di lavoro elevatissimo, le responsabilità crescenti e una continua richiesta di disponibilità. L’infermiere oggi viene spesso trattato come un “tuttofare”, sottoposto a pressioni morali continue: si chiedono rientri nei giorni di riposo, si pretende reperibilità di fatto anche quando non viene riconosciuta economicamente, si dà per scontata una disponibilità costante verso l’azienda. In altre parole, si pretende che l’infermiere sia sempre presente, sempre pronto, sempre sacrificabile.
Eppure la questione salariale non è solo una battaglia di giustizia per i lavoratori: è anche una questione di tenuta del sistema sanitario.
Dove gli infermieri vengono pagati meglio, il lavoro è più attrattivo, il personale si trattiene con maggiore facilità e si costruiscono condizioni più stabili per garantire assistenza di qualità. In Italia, invece, la professione perde appeal anno dopo anno.
A peggiorare il quadro si aggiungono le forti differenze territoriali interne. Secondo FNOPI, se in Trentino-Alto Adige un infermiere può arrivare a guadagnare fino a 37.204 euro annui, in Molise la retribuzione scende fino a 26.186 euro. Una forbice inaccettabile, che rende ancora più evidente l’assenza di una strategia nazionale seria per valorizzare davvero la professione.
C’è poi il nodo della carenza di personale. In Italia si contano appena 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 8,4. Se si guarda esclusivamente al personale impiegato nel settore pubblico, il dato crolla ulteriormente a 4,79 per 1.000 abitanti. Questo significa meno professionisti in corsia, più turni massacranti, più straordinari, più stress, più rischio clinico e meno qualità dell’assistenza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sempre più infermieri abbandonano il servizio, mentre sempre meno giovani scelgono questa professione. E nei prossimi anni la situazione rischia di diventare drammatica.
Entro i prossimi dieci anni andranno in pensione oltre 100.000 infermieri. Questo significa che vedremo sempre più reparti accorpati, servizi ridotti, ambulatori chiusi, ospedali depotenziati o cancellati del tutto. Un processo che, di fatto, è già in corso da tempo.
Di fronte a tutto questo, la politica e il sindacato tradizionale hanno mostrato in questi decenni una debolezza evidente.
Da troppo tempo ci si concentra su battaglie marginali — buoni pasto, tempi di vestizione, indennità — che pure hanno la loro importanza, ma che non possono sostituire la questione centrale: uno stipendio dignitoso e un riconoscimento vero della professione infermieristica.
Perché non si può discutere della ciliegina sulla torta quando la torta, semplicemente, non c’è.
Per Nexsus le priorità sono chiare.
Gli infermieri devono battersi per stipendi in linea con i Paesi OCSE, per il riconoscimento della professione come lavoro usurante, per la pensione anticipata, per il riscatto gratuito degli anni universitari e dei titoli equipollenti, per la possibilità di scegliere la libera professione oppure, in alternativa, per una vera indennità di esclusività, distribuita su 13 mensilità, come avviene per i medici. Bisogna inoltre eliminare il peso dei nulla osta e costruire un vero welfare professionale, con misure concrete a sostegno di affitti, utenze e figli.
Il punto è semplice: gli infermieri possono continuare a subire, oppure possono decidere di alzare la testa. Nessuno impedirà a chi vuole restare fermo di continuare a farsi spremere. Ma chi vuole cambiare davvero le cose oggi ha il dovere di farsi sentire.
Per questo da inizio giugno Nexsus scenderà in piazza a Roma, davanti al Parlamento, per la sua prima protesta ufficiale. Sarà un passaggio decisivo. Se ci sarà partecipazione, ne seguiranno altre, ancora più forti, in tutte le regioni, finché la politica non potrà più fingere di non vedere. Se invece mancherà la risposta della categoria, prenderemo atto che gli infermieri non sono ancora pronti alla lotta.
Le date e gli orari ufficiali saranno comunicati a breve.
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