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Buono pasto: un diritto, non un favore

2026-03-15 19:38

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Buono pasto: un diritto, non un favore

Nel sistema sanitario italiano esiste una situazione paradossale: per ottenere un diritto basilare come il buono pasto, molti infermieri sono costrett

Nel sistema sanitario italiano esiste una situazione paradossale: per ottenere un diritto basilare come il buono pasto, molti infermieri sono costretti a ricorrere ai tribunali fino alla Corte di Cassazione.

Una situazione che non è solo burocraticamente assurda.
È eticamente e professionalmente inaccettabile.

 

Se un lavoratore svolge un turno superiore alle sei ore e non ha accesso alla mensa aziendale, il datore di lavoro deve garantire una modalità sostitutiva, normalmente il buono pasto.

Non è una concessione.
Non è una trattativa.
È un diritto previsto da norme, contratti e giurisprudenza.

 

Eppure in molte aziende sanitarie italiane questo diritto viene ancora negato o limitato. 

Se una norma esiste e un contratto la prevede, deve essere applicata.
Non può essere il lavoratore a dover fare causa per ottenere ciò che gli spetta.

Per questo è arrivato il momento di aprire una riflessione seria sulla responsabilità delle dirigenze.
Quando un dirigente pubblico ignora norme contrattuali o legislative, non siamo davanti a un semplice errore amministrativo: siamo davanti a un problema di responsabilità istituzionale.

Le dirigenze che sistematicamente non applicano la normativa dovrebbero trarne le conseguenze, fino alle dimissioni.
La sanità pubblica non può permettersi una gestione che scarica sui lavoratori il costo delle proprie scelte organizzative.

 

Cos’è il buono pasto e chi ne ha diritto?

Il buono pasto è una prestazione sostitutiva del servizio mensa, prevista quando il lavoratore deve consumare il pasto durante la giornata lavorativa ma non può usufruire di una mensa aziendale. Nel comparto sanità il diritto alla pausa e alla consumazione del pasto è stabilito da più livelli normativi.

Normativa europea e nazionale

Il diritto alla pausa è previsto da:

 

Direttiva europea 2003/88/CE (art.4): obbliga gli Stati membri a garantire pause durante l’orario di lavoro.

D.Lgs. 66/2003, art. 8: stabilisce che quando l’orario di lavoro supera le sei ore il lavoratore deve beneficiare di una pausa finalizzata anche alla consumazione del pasto.

La pausa pranzo non è quindi un privilegio: è una tutela della salute del lavoratore.

 

Cosa prevede il CCNL Sanità

Il contratto collettivo del comparto sanità è molto chiaro.

L’articolo 29 del CCNL Sanità del 20 settembre 2001 stabilisce che:

Le aziende possono istituire mense di servizio oppure garantire modalità sostitutive del diritto alla mensa (buoni pasto, pranzo a sacco, ecc.).

Questo significa che l’azienda può scegliere come organizzare il servizio, ma non può negarlo.

Il principio è stato confermato anche nei contratti successivi, fino al CCNL Sanità 2016-2018 e 2022-2024, che prevedono:

Quando la prestazione giornaliera supera le sei ore, il personale ha diritto ad una pausa di almeno 30 minuti per il recupero delle energie psicofisiche e la eventuale consumazione del pasto.

Se la mensa non è disponibile o non è concretamente fruibile, deve essere garantita una modalità alternativa.

 

Cosa dice la giurisprudenza

Negli ultimi anni anche i tribunali hanno chiarito ulteriormente il quadro.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5547 del 1° marzo 2021, ha stabilito che:

Nel comparto sanità il diritto alla mensa o al buono pasto sostitutivo sorge per ogni turno di lavoro superiore a sei ore.

Successive decisioni della Cassazione (n. 3524/2022 e n. 9206/2023) hanno inoltre precisato che il buono pasto:

non ha natura retributiva,

ma rappresenta una prestazione assistenziale collegata al rapporto di lavoro.

Un principio ulteriormente ribadito dall’ordinanza n. 21440 del 31 luglio 2024, secondo cui:

Quando il servizio mensa non esiste o non è fruibile, l’amministrazione deve garantire modalità sostitutive.

Lo stesso orientamento è stato confermato anche dal Tribunale di Milano nel 2023, riconoscendo il buono pasto anche ai lavoratori che non possono usufruire della mensa per ragioni oggettive.

 

Il valore dei buoni pasto: fermo da oltre vent’anni

Il problema non riguarda solo il riconoscimento del diritto.

Riguarda anche il valore economico dei ticket.

Nel pubblico impiego l’importo è rimasto praticamente fermo da oltre due decenni.

Legge 662/1996: fissava il limite di esenzione fiscale a 10.000 lire (5,16 euro).

CCNL Sanità 2001 e CCNL Dirigenza 2004: confermavano questo valore.

Legge di Bilancio 2020: ha aggiornato i limiti fiscali a

4 euro per i buoni cartacei

8 euro per quelli elettronici, poi nel 2026 a 10 euro.

 

Nonostante ciò, in molte aziende sanitarie il valore dei buoni pasto è ancora tra 5 e 7 euro.

Quando il costo medio di un pasto supera ormai 12-13 euro.

Significa che ogni giorno gli infermieri pagano di tasca propria una parte della pausa pranzo.
 

Non è normale dover fare causa per un diritto

La cosa più sorprendente non è la norma.

È il fatto che in Italia gli infermieri debbano arrivare fino alla Corte di Cassazione per farla rispettare.

Questo non è professionale.
Non è etico.
Non è nemmeno logico.

Ancora più grave è vedere questo sistema trasformarsi in una guerra di sentenze usate come propaganda sindacale, invece di pretendere semplicemente il rispetto della legge.

 

Mentre si discute di buoni pasto nei tribunali, la realtà della professione è sempre più dura.

 

Gli infermieri italiani hanno:

stipendi tra i più bassi d’Europa

indennità ferme a logiche di decenni fa

un contratto di comparto che appiattisce competenze e responsabilità

 

Nel frattempo circa 50.000 infermieri hanno lasciato l’Italia negli ultimi tre anni.

Sono andati dove trovano:

rispetto professionale

condizioni di lavoro dignitose

riconoscimento economico.

I giovani, non a caso, stanno abbandonando la professione.


Il silenzio delle istituzioni

Di fronte a tutto questo:

la politica fa finta di non vedere

molte direzioni aziendali ignorano il problema

FNOPI e grandi sindacati restano troppo spesso in silenzio.

Un silenzio pesante.

Un silenzio assordante.

 

Perché nasce NEXSUS

NEXSUS nasce dalla rabbia, per rompere questo silenzio.

Con proposte concrete e non negoziabili:

- Uscita degli infermieri dal comparto e contrattazione autonoma.

- Stipendio base di 2.600 euro con revisione reale delle indennità.

- Scelta tra libera professione o indennità di 5.000 euro annui.

- Riconoscimento della professione infermieristica come lavoro usurante.

- Contratto unico nazionale per infermieri pubblici e privati.

- Mobilità libera, senza nullaosta che bloccano carriere e vite.

- Pensione anticipata

 

Basta rincorrere le briciole

Continuare a sperare che il sistema cambi da solo è inutile.

Serve una comunità professionale che sappia dire basta.

 

Non servono centinaia di migliaia di iscritti.

10.000 infermieri uniti possono cambiare tutto.

Quello che grandi sigle non hanno fatto in decenni può farlo una comunità compatta e consapevole.

È il momento di unirsi.
È il momento di difendere la dignità della professione.

 

Perché l’infermiere non è secondo a nessuno.

E non lo sarà mai.

Contatta NEXSUS Associazione sindacale esclusiva per infermieri
334 332 3420 ISCRIVITI O CHIEDI INFO, CLICCA QUI

nexsus@infermiericonnessi.it

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