I dati ISTAT di oggi sono l’ennesimo schiaffo alla realtà: tra il primo trimestre 2021 e il quarto trimestre 2025 le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali, con una perdita ancora più pesante nella Pubblica Amministrazione, pari al 9%.
Tradotto: lavoriamo di più, rischiamo di più, ci assumiamo responsabilità enormi, ma il nostro potere d’acquisto continua a crollare. È gravissimo.
E allora bisogna dirlo chiaramente: è tempo di lottare, di svegliarsi, di uscire dalla mediocrità e dalla rassegnazione. Nessuno lo farà per noi.
Nessuno verrà a salvarci se continueremo ad accettare tutto in silenzio, se continueremo a lamentarci nei corridoi, nelle chat, negli spogliatoi, ma poi resteremo fermi quando sarebbe il momento di alzare la testa.
Il prezzo di questa immobilità non lo stiamo pagando solo noi infermieri. Lo stanno pagando anche i cittadini, con liste di attesa lunghissime, servizi ridotti, reparti in sofferenza, ospedali e presidi territoriali chiusi o svuotati negli ultimi anni.
Secondo il Rapporto civico 2025 di Cittadinanzattiva, quasi la metà delle segnalazioni dei cittadini riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie, soprattutto a causa delle liste d’attesa.
La politica sembra non rendersene conto.
Ma la verità, ancora più amara, è che spesso non ce ne rendiamo conto nemmeno noi infermieri.
Tant’è che non protestiamo abbastanza, non facciamo abbastanza rumore, non trasformiamo il disagio quotidiano in una battaglia collettiva. Eppure senza infermieri non esiste sanità pubblica, non esiste assistenza, non esiste diritto alla cura.
La carenza di infermieri non è più un’emergenza futura: è una crisi già presente, visibile ogni giorno nei reparti, nei pronto soccorso, nelle RSA, nei servizi territoriali, nelle sale operatorie, nell’assistenza domiciliare. È una crisi che pesa sui professionisti, sui pazienti e sull’intero sistema sanitario.
Non mancano infermieri per caso.
Mancano perché la professione è stata resa sempre meno attrattiva, sempre più faticosa, sempre meno riconosciuta. Per anni si è chiesto agli infermieri di reggere il sistema con sacrificio, responsabilità, turni massacranti, rinunce personali e stipendi non adeguati. Ora è il momento di invertire la rotta.
Servono azioni urgenti, concrete e coraggiose per valorizzare davvero la professione infermieristica.
Prima di tutto, servono stipendi dignitosi, in linea con la media OCSE e con le altre professioni intellettuali. Non si può continuare a parlare di centralità dell’infermiere mentre il riconoscimento economico resta fermo a livelli non proporzionati alle competenze, alle responsabilità e ai rischi quotidiani.
Serve il riscatto gratuito dei titoli di studio. Gli infermieri hanno già pagato abbastanza: con anni di studio, sacrifici, tirocini, rinunce, costi universitari e responsabilità crescenti. Non si può chiedere ancora un prezzo a chi ha scelto di formarsi per curare gli altri.
È indispensabile il riconoscimento della professione usurante. Essere usuranti nei fatti ma non nei diritti è una vergogna. Turni notturni, carichi fisici, stress emotivo, esposizione al rischio biologico, aggressioni, responsabilità assistenziali e pressione continua non possono più essere ignorati.
Occorre eliminare il vincolo di esclusività e riconoscere una vera indennità di esclusività a chi sceglie di non esercitare la libera professione, come già avviene per i medici. Se si pretende esclusività, questa va retribuita. Se non la si retribuisce, allora deve essere garantita libertà professionale.
Va abolito il nullaosta per la mobilità. Gli infermieri non sono proprietà delle aziende. Non sono schiavi. La mobilità deve essere libera, trasparente e rispettosa della dignità dei professionisti, senza ostacoli burocratici che bloccano vite, famiglie e percorsi di crescita.
Serve una vera pensione anticipata. Nessuno può chiedere a chi ha dato tutto, spesso anche la propria salute, di pagare fino all’ultimo giorno con il corpo, con la mente e con la vita personale.
È necessario un contratto unico nazionale per gli infermieri pubblici e privati, con la possibilità per le aziende di offrire condizioni migliorative, mai peggiorative. Basta gare al ribasso sulla pelle dei professionisti. È tempo di una gara al rialzo: chi vuole infermieri deve investire, non sfruttare.
Servono benefit reali, non promesse vuote. Il buono pasto deve essere garantito a chi rinuncia alla mensa, a chi non può accedervi o a chi lavora dove la mensa non esiste. Non si può parlare di benessere organizzativo ignorando bisogni elementari.
Va fatta una revisione seria di tutte le indennità: notturni, festivi, pronta disponibilità, rischio, intensità assistenziale, area critica, territorio, emergenza, coordinamento, responsabilità avanzate. Ogni indennità deve rispecchiare davvero il peso del lavoro svolto.
Servono controlli sanitari dedicati e corsie preferenziali per la prevenzione. Chi si prende cura degli altri non può essere lasciato solo. Gli infermieri devono avere accesso rapido a programmi di prevenzione, sorveglianza sanitaria, supporto psicologico e tutela della salute.
È urgente sostenere gli studenti infermieri con aiuti concreti: affitti, mensa, trasporti, zero tasse universitarie. Diventare infermiere oggi non può significare indebitarsi, rinunciare a vivere o pagare per anni una scelta professionale che serve all’intera collettività.
Infine, serve una contrattazione separata per gli infermieri, con fondi dedicati solo alla professione infermieristica. Gli infermieri hanno specificità, competenze, responsabilità e bisogni propri. Continuare a diluire le richieste dentro contenitori generici significa continuare a non riconoscere davvero il valore della professione.
La carenza di infermieri non si risolve con slogan, campagne pubblicitarie o appelli alla vocazione. La vocazione non paga l’affitto, non cancella la fatica, non protegge dalla malattia, non restituisce dignità a una professione lasciata troppo a lungo ai margini delle decisioni.
Per rendere attrattiva la professione infermieristica servono rispetto, diritti, retribuzioni adeguate, libertà, tutele e prospettive. Non domani. Ora. Nexsus scenderà in Piazza, siamo in attesa di autorizzazione, clicca qui se vuoi info…
Perché senza infermieri non c’è cura.
E senza cura non c’è futuro per la sanità.




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