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Più infermieri, meno infezioni: il risparmio che la sanità non vede

2025-07-30 08:58

Gabriele

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Più infermieri, meno infezioni: il risparmio che la sanità non vede

Rendere la professione economicamente attrattiva...

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Le principali agenzie di stampa, come Adnkronos Salute, ci ricordano spesso – citando ricerche di altissimo profilo – quanto sia fondamentale mettere l’infermiere nelle condizioni ottimali per lavorare. Una scelta che non solo migliora gli esiti clinici, ma riduce sensibilmente i costi della sanità pubblica, le infezioni nosocomiali e la mortalità ospedaliera.

Uno dei pericoli più gravi che ci troviamo ad affrontare è l’antibiotico-resistenza. Il Presidente di Farmindustria ha dichiarato che, entro il 2050, nei soli Paesi OCSE si potrebbero registrare fino a 2,4 milioni di morti legate a questa emergenza. In Italia, la previsione è di 450.000 decessi, con impatti economici devastanti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, da qui al 2050 il costo globale per affrontare l’antibiotico-resistenza ammonterà a 120 miliardi di dollari.

Eppure, la politica e molte dirigenze sanitarie – non solo in Italia – sembrano ignorare il problema, facendo spesso “orecchie da mercante”.

Le soluzioni esistono.
Alcune misure efficaci sono:

  • Vietare l’uso di antibiotici senza prescrizione anche negli allevamenti;

  • Contrastare il mercato nero di farmaci;

  • Ridurre l’uso inappropriato di antibiotici in ambito ospedaliero e territoriale;

  • Educare la popolazione e i professionisti al corretto lavaggio delle mani;

  • E soprattutto, aumentare il numero degli infermieri, perché più infermieri significano meno infezioni, meno morti, e minori spese sanitarie.

Uno studio dell’Università della Pennsylvania (USA) ha evidenziato che un infermiere sottoposto a stress, con carichi eccessivi e un rapporto paziente/infermiere elevato (come spesso accade in Italia), va incontro al burnout. Si tratta di un esaurimento emotivo e professionale che compromette la lucidità, aumenta la probabilità di errori e incide negativamente sulla qualità dell’assistenza.
I ricercatori hanno rilevato che, aumentando di un solo paziente per infermiere (oltre la media di 5,7), l’incidenza delle infezioni urinarie da catetere aumenta di un caso ogni 1.000 pazienti.

Lo scenario italiano, dove non di rado un solo infermiere gestisce 10-12 pazienti (o più), è semplicemente insostenibile.

Sempre dallo stesso studio, condotto su oltre 7.000 infermieri, emerge che oltre il 33% ha livelli critici di burnout, già con un rapporto di 5,7 pazienti per infermiere.
Gli autori stimano che riducendo del 10% il burnout, si potrebbero prevenire ogni anno circa 4.160 infezioni ospedaliere, con un risparmio stimato di 41 milioni di dollari.

Come ridurre il burnout?

  • Offrendo stipendi adeguati alle responsabilità e ai rischi;

  • Garantendo un rapporto massimo di 1 infermiere ogni 6 pazienti.

Un altro studio, condotto nel Regno Unito, dimostra che passando da un rapporto di 10 a 6 pazienti per infermiere, la mortalità si riduce del 20%.
Importante sottolineare che sostituire l’infermiere con figure meno qualificate non riduce la mortalità.

Tutto questo, noi infermieri italiani lo denunciamo da anni, ma rimaniamo inascoltati sia dalla politica che dalla dirigenza sanitaria.
Lo studio sopra citato, applicato ai reparti di medicina e chirurgia, indica un rapporto ottimale di 1 a 6. In California, per legge, il rapporto massimo è 1 a 5, con risultati positivi in termini di salute pubblica e sostenibilità economica.

In Italia, invece, si registrano tra le 450.000 e le 700.000 infezioni ospedaliere ogni anno (urinarie, polmoniti, sepsi, infezioni chirurgiche). Circa il 30% sarebbero prevenibili e l’1% sono causa diretta di morte.

Ma come può un infermiere prevenire, se si trova a gestire il doppio o il triplo dei pazienti rispetto agli standard internazionali?

In Paesi come l’Australia, si è stabilito il rapporto ottimale: 1 infermiere ogni 4 pazienti.

Uno studio pubblicato su The Lancet nel 2014 ha dimostrato che per ogni paziente in più affidato a un infermiere:

  • Il rischio di burnout aumenta del 23%;

  • La mortalità del paziente aumenta del 7%;

  • La probabilità che l’infermiere non riconosca un peggioramento clinico aumenta del 7%.

Quando un infermiere è sovraccarico, molte attività essenziali vengono trascurate: igiene, cambio postura, sorveglianza clinica, educazione sanitaria, preparazione alla dimissione e comunicazione con il paziente.

Un altro dato allarmante: il 36% degli infermieri italiani lascerebbe il Paese se ne avesse la possibilità.
Difficile biasimarli: rischi altissimi, responsabilità enormi, stipendi indegni di un Paese civile.

Dagli studi emerge anche che il 78% dei pazienti si sente ascoltato e rispettato dall’infermiere. Un dato che onora la nostra professione.

È ora che le politiche nazionali, regionali e aziendali smettano di considerare solo il bilancio economico. Le ricerche scientifiche internazionali sono chiare: il risparmio ottenuto tagliando sull’assistenza infermieristica è solo apparente.

Per risparmiare davvero, bisogna investire:

  • Investire sul personale infermieristico,

  • Ridurre burnout, infezioni e decessi,

  • Limitare l’uso di antibiotici,

  • Tutelare anche l’ambiente.

Bisogna rendere la professione infermieristica attraente portando gli stipendi in media OCSE e in linea con le professioni intellettuali in Italia, quindi almeno 2500 euro al mese, per iniziare.

Pochi milioni spesi oggi possono evitare miliardi di spesa domani.
Più infermieri significa più sicurezza, meno costi, più salute.

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